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Re-Invent Food: un incontro con ospiti d’eccezione al TAG Torino

Talent Garden Torino ha ospitato, sabato 7 febbraio, l’incontro dal titolo: “Re-Invent Food: il cibo genera cooperazione e innovazione“. Quello che segue è un resoconto della giornata, scritto dalla giornalista e TAG resident Barbara D’Amico, moderatrice dell’incontro. Le foto sono del fotografo e TAG resident Bruno Gallizzi.

Forse l’informazione più utile sul futuro del cibo Michiel Bakker l’ha fornita proprio verso la fine del dibattito dedicato a come vediamo l’impiego dell’innovazione in agricoltura. Vi chiederete chi sia mai Michiel Bakker e vi rispondiamo subito: è il capo dei servizi mensa di Google. Definirlo così sembrerebbe riduttivo e in effetti il suo compito è un po’ più complesso di quanto la traduzione italiana di quello che compare sul suo biglietto da visita farebbe apparire. Il suo ruolo è di direttore dei Global Food Services del colosso di Mountain View. È così che è stato presentato sabato 7 febbraio nella sede torinese di Talent Garden durante l’incontro Re-Invent Food (il titolo dell’evento già dovrebbe dirvi qualcosa).

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Perché Michiel è venuto dagli Stati Uniti per raccontare come mangiano i dipendenti di Google? La risposta l’ha data in un’ora  di dibattito davanti a un pubblico curiosissimo, con l’aiuto di altri player del settore agroalimentare. A discutere di cibo e di futuro c’erano anche Slow Food (con Rinaldo Rava), Argotec (con David Avino) e Gnammo (con Gian Luca Ranno).

Prima di svelarvi l’informazione più interessante di cui sopra è bene fare il riepilogo di quello che è emerso nella prima parte dell’intervento.

1) La leggenda secondo cui i dipendenti di Google mangiano gratis per sempre non è una leggenda. È tutto vero. Come confermato da Michiel “l’obiettivo di Google è garantire pasti e una alimentazione varia a tutti i suoi dipendenti sparsi per il mondo perché mangiare bene migliora la produttività e riduce i rischi per la salute”

2) Google ha 150 mense che in realtà sono ristoranti e punti di ristoro dove si organizzano anche corsi di cucina per chi lavora in azienda

3) Google investe moltissimo e non chiede nulla in cambio (fuochino, una parte dell’informazione interessante di sui sopra sopra è legata a questo punto)

4) Il modello Google potrebbe essere applicato su scale diverse e la sua sostenibilità potrebbe fornire spunti utili per ridurre gli sprechi e la fame nel mondo

Michiel ha raccontato bene quali sono i vantaggi di una alimentazione sostenibile e sana. Dipendenti meno arrabbiati, più sereni, produttivi, meno obesi e via dicendo. Non è un caso se la sua azienda sta avviando sperimentazioni per coltivare piante  e vegetali riducendo l’impatto ambientale delle coltivazioni, per toccare con mano cosa vuole dire produrre ciò di cui ci nutriamo. E non è un caso che abbia concepito le sue mense non solo come “mangiatoie hi-tech” ma come luoghi di diffusione di coscienza e cultura eno-gastronomica.

Abbiamo chiesto a Michiel se in futuro Google prevede di autoprodurre tutto il cibo necessario a sfamare i dipendenti nelle sue 50 sedi in tutto il mondo visto che già oggi serve tra i 50 mila e i 75 mila pasti al giorno. La risposta è: “Assolutamente no”. Per Michiel la via verso una alimentazione equa (tutti devono mangiare in modo sano e in base ai loro gusti e alla propria cultura) è quella insegnata da Gesù. La prima slide dell’intervento infatti riproponeva la parabola dei pani e dei pesci. Si può dare del cibo a chi ha fame e sfamarlo per un giorno ma se gli si insegna a pescare allora potrà sfamarsi da solo per tutta la vita. Tendenze messianiche a parte, l’intuizione di Google è semplice ma efficace: educare le persone, a partire dalla “piccola” rete dei propri dipendenti, a considerare il cibo fonte di vita e di creatività, a cucinarlo in modo sano e  a sceglierlo in modo intelligente  (km 0, ad esempio).

È un modello applicabile alle aziende diverse da Google? Sembra di sì. I principi, del resto, sono quelli promossi da anni da Slow Food. Rinaldo Rava, presente al dibattito, ha infatti precisato che il concetto di sovranità alimentare e il diritto dei popoli a nutrirsi passa proprio per l’insegnamento e per una corretta informazione e che l’educazione alimentare e sui meccanismi di produzione agricola possono entrare a buon diritto nelle realtà aziendali.

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Non ci sono limiti a una buona educazione alimentare. Persino David Avino, ad di Argotec, ha spiegato che la sua azienda ha sfidato i pregiudizi sul comfort food pur di realizzare la macchinetta per l’espresso da mandare sulla Stazione Spaziale Internazionale. “Ci occupiamo dello Space Food Program (il programma che realizza i menù per nutrire gli astronauti europei in orbita ndr) e cerchiamo di portare nello Spazio tutto quello che può confortare anche psicologicamente gli astronauti come Samantha Cristoforetti. Mangiare le proprie pietanze preferite anche in condizioni difficili o estreme non deve essere interpretato come un vizio o un capriccio, semmai tutto il contrario”. Grazie a questo approccio più “consumista” questa azienda torinese sta innovando completamente il modo di nutrirsi in assenza di gravità, garantendo pollo alla curcuma, risotti e cappuccini anche lontani da casa. Se volete assaggiare i pasti di AstroSamantha potete acquistarli qui: Ready to lunch.

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Anche Argotec è d’accordo sul fatto che la sostenibilità di ciò che mangiamo passa per una corretta informazione. E quale metodo migliore per conoscere impieghi alternativi o inusuali di un cereale o di un pomodoro di una cena o un pranzo condivisi?

Per capire se la sharing economy abbia a che fare con una alimentazione più equa e più sana bisogna analizzare l’esperienza di Gnammo, il social che permette a chiunque di diventare cuoco professionista per un giorno, organizzando eventi privati a casa propria aperti a chiunque (e dietro pagamento, si intende). Per il suo fondatore, Gian Luca Ranno, non c’è dubbio che le piattaforme digitali non servano ad altro che a questo: “Riprodurre in era contemporanea i vantaggi della convivialità”. Se i romani amavano i banchetti, incuranti dello spreco di cibo, oggi servizi come Gnammo permettono di condividere pasti e il piacere di una conversazione con perfetti estranei, ma con un po’ più di consapevolezza su quello che si mangia. Il che, oltre a far bene alle tasche del cuoco di turno, dissemina in modo capillare  nei condomini, nei quartieri, nelle città, tecniche culinarie e prodotti del territorio realizzando una cucina Glocal a tutti gli effetti.

Mentre Gnammo si sostiene con le iscrizioni sulla piattaforma, Slow Food con le adesioni alla sua campagna globale e Argotec vendendo cibo sano nell’iper spazio, Google come fa a garantire tutti quei pasti gratis? Ecco finalmente l’informazione più interessante: Google paga tutto di tasca propria. Michiel non ha voluto svelare la cifra investita da Mountain View. “Io ribalterei la domanda”, ha detto sorridendo. “Quanto ci costa NON investire in un programma che garantisce cibo sano a tutti i dipendenti? Molto, moltissimo, perché i costi indiretti, credetemi, sono incommensurabilmente più alti”.

Era semplice. Nutrirsi in modo sano è vitale e i soldi in questo caso non sono mai buttati via, ma investiti negli stomaci felici di dipendenti che lavorano bene.

E se costa molto comprare cibo di qualità allora provate Last Minute Sotto Casa: è una startup che recupera il cibo fresco ma invenduto dagli alimentari e ve li fa acquistare a prezzi stracciati. Fa bene alle tasche, riduce lo spreco e fa felice lo stomaco. Come Gnammo, anche LMSC dimostra che le nuove tecnologie permettono di sviluppare un consumo sostenibile. È l’avanguardia dei pani dei pesci e forse il futuro dell’agricoltura e della nostra nutrizione è molto più positivo di quanto possiamo immaginare.

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Della stessa autrice dell’articolo, Barbara D’Amico, un pezzo sulle start-up a tema food:

http://www.lastampa.it/2015/02/06/blogs/agriconnection/crowdfunding-incubatori-eventi-ecco-come-nascono-le-startup-del-cibo-3C2peQVBFQp9ZwzaJ2HNiK/pagina.html

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